giovedì 25 ottobre 2012

Disobbedire per non morire

Ritengo sia un dovere di ognuno di noi non rimanere indifferente dinanzi a tanta sofferenza, cercare di capire il perché e fare qualcosa per porvi rimedio.
Sto finendo di leggere, in quel poco di tempo che riesco ancora a dedicare alla lettura (su un treno o un pullman che per lavoro prendo sempre più di corsa), sto leggendo dicevo un libro di Roger-Pol Droit che parla dell'importanza degli studi umanistici e dell'eredità che gli antichi (Greci e Latini) ci hanno lasciato, e che dovremmo imparare a riscoprire. Scorrendo il libro - che è gradevole e interessante - mi è saltata all'occhio un'affermazione che l'autore fa a proposito della perdita di prospettiva temporale tipica della società postindustriale. Viviamo nel presente - riassumo brevemente il pensiero di Roger-Pol Droit - avendo perduto la consapevolezza di ciò che abbiamo ereditato dai secoli passati e del dovere di trasmettere un universo di cose e di idee alle generazioni successive. Abbiamo smarrito la consapevolezza degli Antichi di essere un anello che congiunge un prima e un dopo di umanità.
Mi sono chiesto, allora, quale mondo stavo contribuendo a lasciare ai miei poveri figli. (E quel "poveri" rende bene l'idea di come la penso).
Il mio pensiero è andato a quei giovani che disperatamente cercano un lavoro e non lo trovano. Che hanno studiato sperando di poter migliorare la loro vita (come avevano potuto fare i loro padri e i loro nonni) e che oggi, pur disposti ad accontentarsi dei lavori più umili, stentano a guadagnarsi da vivere. Ho pensato ai giovani che hanno perduto ogni speranza, che non credono nel futuro e che hanno imparato, loro malgrado, a badare all'oggi perché la parola domani per loro non ha più un significato. Giovani che si sono visti negare la possibilità di sognare un mondo migliore tanto sono costretti ad annaspare per tenersi a galla oggi e ai quali abbiamo venduto a larghe mani surrogati di speranza.
Allora mi sono domandato: è questo il mondo che lascerò ai miei figli?
Un mondo di ingiustizie, di soprusi, di sofferenza, di prevaricazione, in cui si vive come schiacciati da giganteschi ingranaggi, in cui domina soltanto il dio denaro, il PIL, la crescita, la ricchezza materiale.
Riteniamo tutti di essere incatenati a queste vite come se un altro mondo non fosse possibile; come se questa società con le sue regole e la sua organizzazione non potesse esser cambiata nell'interesse di tutti.
Il nostro mondo è quello che gli uomini sono riusciti fino ad oggi a costruire.
E allora ai giovani non resta che cominciare a disobbedire a quei padri che hanno costruito un mondo sbagliato che sta distruggendo il loro futuro.
Ai giovani non resta che capovolgere questo mondo per cominciare a immaginare un mondo nuovo.
"Non nasciamo che una volta - scrive Epicuro - due non ci è concesso; e poi non ci saremo più per l'eternità..."


sabato 14 luglio 2012

Alla scoperta del destino e della propria vocazione


Non mi capita spesso di scrivere recensioni sul mio blog. Lo faccio soltanto per i libri che mi lasciano il segno. Ne redigo, per me solo, una scheda e, magari, scrivo una recensione sperando che possa sollecitare l'estro dei miei lettori.

Abbiamo bisogno di essere percepiti, come scrive Hillman, citando a sua volta Berkeley: "Esse est percepi". Vivere è essere percepiti. Esistiamo in quanto possiamo essere visti e riconosciuti dagli altri. Quindi, scriviamo, in fondo, per  essere letti.

 Proprio di James Hillman è il libro che ha aperto la stagione delle mie letture estive, quella più libera, più proficua e godibile: Il codice dell'anima di Hillman, per l'appunto.

La tesi del libro, ridotta a una pillola, è la seguente: ognuno di noi nasce con una vocazione. Ciascuno di noi ha un daimon (ricordate Socrate?) che segna il suo destino individuale. Il destino è iscritto nella ghianda. Perché veniamo al mondo con una controfigura magica o ultraterrena. 

E' la teoria della ghianda (la ghianda che già contiene in sé tutto il futuro albero così come noi conteniamo fin dalla nascita il nostro destino), secondo la quale la parte invisibile del mondo ha un'importanza cruciale nelle nostre vite e perciò dobbiamo imparare a riconoscerla e coltivarla. Il mondo - secondo Hillman - non è riducibile alle certezze razionali ma ha un lato invisibile che può essere riconosciuto solo attraverso l'intuizione e può essere osservato soltanto da chi è attento e ben disposto a cogliere il lato nascosto delle cose.

Il filone, com'è evidente, è quello junhiano, dell'anziano Jung che confessava nella sua autobiografia (altro magnifico libro da non perdere!) che le sole vicende della sua vita degne di nota erano state le irruzioni del mondo imperituro in questo mondo transeunte. E che in Anima e morte chiariva:

L'essenza della psiche si estende in tenebre che sono molto al di là delle nostre categorie intellettuali. L'anima contiene non meno enigmi di quanti ne abbia l'universo con le sue galassie, di fronte al cui sublime aspetto soltanto uno spirito privo di fantasia può non riconoscere la propria insufficienza.

Non so se per una mia particolare inclinazione del momento ma mi sento molto ben disposto verso le parole di Jung. Diversamente dal passato comincio a pensare che la sola ragione non possa bastare a comprendere la vita e che davvero ci sia qualcosa di più decisivo del tentativo un po' goffo della scienza di trovare una spiegazione razionale a tutti gli avvenimenti.

Secondo le dichiarate intenzioni dell'autore, la teoria della ghianda serve a rimettere ordine, con un'immagine coerente, i pezzi della vita; a rintracciare un senso e una trama di fondo nell'unicità di ogni vita. A far si che l'esistenza di ciascuno di noi non sia un numero casuale o il frutto dell'accidente, ma il risultato di una chiamata del destino. Chiamata che è presente in maniera irresistibile in alcune personalità che rivelano fin da bambini la loro vocazione, ma che affiora in maniera imprevedibile in ciascuno di noi. Che però spesso non sappiamo cogliere certi indizi. 

La teoria della ghianda ci aiuta anche a operare una ricostruzione a ritroso della nostra vita alla ricerca delle tracce della nostra vocazione, che nell'inconsapevolezza del vivere quotidiano non siamo stati capaci di riconoscere. "Il leggere la vita a ritroso ci permette - scrive Hillman - di vedere come certe ossessioni precoci siano l'abbozzo di comportamenti attuali."

Il libro rivela anche l'infondatezza di quella che Hillman chiama la "superstizione parentale", il pregiudizio di ritenere che l'ambiente familiare e i genitori abbiano un'influenza decisiva sul nostro destino e sulla vocazione individuale. E' tutt'al più il daimon a scegliere il luogo e i genitori con cui discendere sulla terra e in questo senso essi possono essere (per contrasto o per armonia) i fautori del nostro destino.

La grandezza del libro sta tutta nella capacità dell'autore di rivalutare ciascuna esistenza umana in nome di un'unicità che i calcoli statistici e la classificazione diagnostica tendono a cancellare. Da qui il desiderio di riabilitare la mente poetica e la capacità immaginativa delle persone, "perché - come scrive Hillman - c'è bisogno di uno sguardo nuovo per ripristinare il senso e l'importanza della propria vita". 

E' questo l'appello di Hillman perché si ricostruisca la capacità dell'uomo di percepire questo invisibile contro l'incapacità della scienza di ascoltare la voce dell'immaginazione. Perché ogni vita, in nome di un destino superiore, riconquisti la sua dignità e il valore del suo esistere.

Il libro è la testimonianza dello sforzo di uscire dalla camera mortuaria della spiegazione meramente scientifica del mondo. Ancora le parole illuminanti di Hillman:

Considerando la nostra persona come un esempio di vocazione, il nostro destino come manifestazione di un "daimon", guardando la nostra vita con la sensibilità immaginativa con la quale leggeremmo un romanzo, forse placheremo l'ansia, la febbre, l'assillo di risalire a tutti i costi alle cause.

Il libro è insomma un invito a placare la nostra insaziabile sete di indagine in nome di una conoscenza intuitiva che arresta questa ruminazione, quasi automatica, della mente, in nome di qualcos'altro che è divenuto invisibile all'occhio umano accecato dalla civiltà e che non può essere contenuto entro i confini né della natura né della cultura.

Il limite del libro sembrerebbe consistere, per certi versi, nell'apparente arbitrarietà della sua teoria. Ma misurare le tesi di Hillman col passo della ragione sarebbe come voler giudicare un notturno di Chopin o la bellezza di un tramonto con la forza bruta della ragione.